Conversazione con Luca Lazzareschi Il Macbeth e la tinta del dubbio

25 novembre 2016

Baccano incontra Luca Lazzareschi, uno degli attori italiani più premiati degli ultimi anni. Allievo di Gassman, Albertazzi, Costa alterna da sempre i grandi classici alle opere di drammaturgia più moderne. Interprete intenso, profondo, artista dalle sfumature di colore forti, nitide, che lasciano spazio alle pittoresche e leggere velature steineriane. Una conversazione sincera sulle difficoltà e il fascino dei grandi personaggi Shakespeariani.

Tempo di lettura: due calici di Pinot Grigio 2014 Mario Schiopetto*
Abbinamento consigliato: Bianco di Baccalà con Tartufo Nero e Rosso di pomodoro Confit**
Equivalente a:
Tempo di lettura: una tazza di the al gelsomino
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“Ciao Luca, sono in ritardo? – chiedo frettolosamente trovandolo già seduto, compostissimo al 201– Si può recitare a stomaco pieno? Possiamo farci un aperitivo?” “Grazie ma si recita meglio a stomaco vuoto, poi alle 18,00 prenderò un toast, un bicchiere di Coca Cola ed un caffèsono le cinqueormai è quasi un rito apotropaico, se non lo faccio mi viene l’angoscia. Va bene un the, questo!” – con il suo indice sulla carta capisco che ha optato per il Gelsomino.

Non sempre si fanno scelte coerenti, talvolta il tempo o l’orario ci impongono scelte differenti da quanto la nostra coerenza stilistica ci richieda. Fortunatamente però sappiamo che gli abbinamenti, di sapori e di colori funzionano meglio con il contrasto – le immagini d’altronde nascono per contrasto- come il sale nella cioccolata: si, è un consiglio, provatela.

Macbeth è una tragedia ricca di contrasti, come il bianco e il nero, il nero e il rosso. È una storia caratterizzata da una paura bianco latte, da una ossessione nera come la pece ed i pensieri malvagi e da un’ambizione che ha il colore e l’odore del sangue.

Come affronti questo Macbeth dopo i tuoi pregressi lavori con Shakespeare?

“Posso iniziare dalla biografia?” – “puoi iniziare da dove vuoi” – “Ho debuttato qui al Quirino con il Macbeth di Vittorio Gassman, quindi non ti nascondo che è una grande emozione. Questo sarà il dodicesimo Shakespeare che faccio, anche se non sempre ho fatto il titolo – imparo oggi che è una bella espressione utilizzata dagli attori per dire che non sono protagonistiLo affronto con difficoltà, perché Macbeth è un personaggio complesso, senza arco – disegna con il dito un sinuoso arco, dove i punti iniziali e finali, ben fermi, rappresentano nascita (sul palcoscenico) e morte del protagonista – quasi uguale a se stesso dalla terza pagina della tragedia all’ultima. La difficoltà sta anche nel dare a questo Macbeth delle sfumature che non gli sono proprie e che di solito i personaggi hanno.

Altra grande difficoltà è governare il linguaggio, così barocco, manierista, denso di metafore. Se posso permettermi è anche un testo incompleto, mancante di qualcosa, è anche la più corta tragedia di Shakespeare. In più, non ti nego che è stato difficile ricordare una seconda traduzione, quando dopo 33 anni ricordavo ancora quella di Vittorio Gassman”.

È un Macbeth moderno, freudiano, dove più dell’ambizione conta il dissidio interiore, gli ossimori intrinsechi alla natura del cervello umano, la follia. Quanto è difficile recitare la pazzia e rendere le contrapposizioni?

Rappresentare la follia è la massima aspirazione per un attore. Analizzare le curve della personalità dei personaggi shakespeariani, trovarvi le parti nascoste ed affrontare aspetti della natura umana che devi conoscere e riconoscere, perché in un modo o nell’altro devono esserti stati propri. Devi essere cosciente dei meccanismi che portano alla follia, averla conosciuta, in modo fisiologico, certamente, e non patologico, l’attore nella follia porta anche se stesso”.

Il tema della follia ricorre spesso in Shakespeare ed in Macbeth è presente anche in Lady Macbeth e nel suo sonnambulismo.

“Lady Macbeth cade anche lei nella follia, è presa dal senso di colpa tanto da impazzire. I due coniugi sono forza e debolezza, due metà di uno stesso individuo che si influenzano vicendevolmente, ribaltando le posizioni iniziali.”

Luca avanza le sue mani mimando una bilancia in cerca di equilibrio dove su un braccio viene posto un chilo di cioccolata amara e su un altro un chilo e mezzo della stessa: i due bracci saranno in asse solo per una frazione di secondo, nel passaggio fugace in cui la quantità maggiore sarà posta sul secondo piatto e mai sul primo

È una follia che però viene dal fare. Se in Amleto c’era il “to be or not to be” in Macbeth c’è il “to do or not to do”, è la follia, data dal fare e non dall’essere che viene da un grande topos della letteratura teatrale: l’uccisione del padre. La follia, vera o presunta che sia, è indecisione, inadeguatezza, non sentirsi all’altezza dell’impresa compiuta o da doversi compiere. Qui è dal fare che ha origine la tragedia, è dall’atto – davvero in ogni suo significato – che il Macbeth prosegue spinto dal destino – un destino fallace, sadico, mendace, che si prende gioco della brama di potere e dell’ambizione umana – precipitando vertiginosamente.

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La scelta di portare oggi Macbeth sul palcoscenico non è certo facile, anche se lo spettacolo è particolarmente ricco di altri linguaggi che facilitano molto lo spettatore.

“Si, hai ragione, non è facile. Soprattutto perché è un personaggio che non ha nulla di positivo, Macbeth è un personaggio talmente negativo che difficilmente il pubblico trova empatia per lui, non dico che sia respingente ma non può esserci empatia. C’è verso Amleto, verso Antonio e Cleopatra, Re Lear ma non verso Macbeth che ha è così limitato anche nel range delle sue emozioni. È un personaggio con profondità insondabili, come tutti quelli chiamati in causa da Shakespeare e va al di là dell’umano ma rispetto a tutti gli altri è superficiale: è uno stupido, ci pensa un po’ ma poi agisce di impulso.

La regia di Luca De Fusco però aiuta tantissimo, tutte le visioni scritte nell’opera sono rese con altri linguaggi non puramente teatrali – c’è la danza, la musica, i costumi, le immagini in video, sospese, sorprendenti, quasi tridimensionali, che si sostituiscono fedelmente alle parole di un testo così denso e metaforicamente descrittivoe il risultato è dinamico, accattivante, vivo. Le metafore testuali diventano comprensibili, perché le metafore devono farsi capire, essere rese intellegibili.”

Ma Macbeth te lo porti dietro quando si chiude il sipario?

Gira gli occhi a sinistra, confidando nell’aiuto di qualche distrazione della sala, poi subito ritorna – “È una domanda interessante sai. – non è vero ma lui non lo sa ancora; è la risposta di Luca che è interessante – Ogni volta che si affronta Shakespeare la difficoltà è decuplicata (anche se tornare a Shakespeare per un attore è una fatica imprescindibile, è un bisogno) per la sua capacità di articolazione del pensiero. Perché per dirlo bisogna pensarlo e per pensarlo bisogna sentirlo. Affrontare Macbeth è governare quel linguaggio barocco intriso di metafore e mettersi alla prova fisicamente: sono sempre in scena, ci vuole energia fisica ed emotiva e per questo ci vuole disciplina.”

-Non ha ancora risposto esattamente ma con la fatica e la disciplina mi fa intuire il seguito, perché la disciplina che ci si è dati rimane e la fatica non si dimentica subito

Shakespeare muta il tuo linguaggio, lo fa temporaneamente, ma lo fa. E a lungo andare condiziona anche il tuo modo di pensare e di parlare. Questo non significa che la tua anima diventi nera ma finchè interpreti questi grandi personaggi c’è un rumorio di fondo che ti fa compagnia.”

Cosa dai a questo Macbeth che altri non potrebbero?

“No, questo non lo so, non posso risponderti io.”

Ok, correggo la domanda: cosa dai a questo Macbeth di tuo? Cosa gli regali?

I personaggi non esistono; esistono nel momento in cui l’attore li porta in scena, quando l’attore li incarna, con la sua pancia, il suo sangue, le sue emozioni.

Il mio Macbeth è un parassita, esiste grazie a me, all’attore che lo ospita e di lui si nutre. “Quindi gli regali il tuo corpo, un po’ della tua anima?” – “Cerco di dargli la tinta del dubbio, una pennellata di ambiguità, un po’ di luce, perché di suo è un buco nero”.

 

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Direi che hai scelto bene, il dubbio è quel che resta della speranza, parola che, se non erro, in Macbeth ricorre una sola volta.

“Si, è la paura che è ricorrente, la parola fear ricorre nella tragedia ben 35 volte, detta da lui e da altri personaggi.”

Cosa mangerebbe Macbeth?

“Guarda Giulia, mangio malissimo, non sono vegetariano ma cerco di mangiare meno carne possibile, sono un falso vegetariano.”

Guardo l’orologio, sono quasi le 18,00, ora in cui entra a teatro per lo spettacolo delle 21,00, sta entrando nella parte, e poi alle 18,00 ha il suo toast in teatro che lo aspetta. Ci alziamo per salutarci ma Chef Milani ha richiesto per noi due Marquise di cioccolato fondente, sto per mandarle indietro perché ho paura della sua angoscia, delle 18,00 senza toast ma Luca torna indietro, si siede e mi invita a fare lo stesso, e sorridendo mi dice:Al cioccolato non rinuncio mai.” – affonda il cucchiaino e conferma – “questa poi è davvero buonissima.” E il tuo toast?” “Dolce e salato stanno benissimo”e mi tranquillizzo.

 

Giulia Cuevas
Comunicazione Ristorante Baccano
 
*Vini scelti e consigliati da Fabio Casamassima
**Ricette dello Chef Marco Milani

 

 

 

 

 

 

 

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